Un appalto è per sempre?

Una recente pronuncia emessa dal Tribunale di Firenze, ancorché in sede cautelare, apre una pericolosa frattura sulla compatibilità tra il recesso legale riconosciuto al Committente dal codice civile e le norme fallimentari che disciplinano il concordato preventivo con continuità aziendale. La questione è di non poco momento visto che si assiste ad una sempre crescente richiesta di accesso a procedure concorsuali da parte di imprenditori edili e importanti General Contractors in difficoltà finanziarie. In particolare, il Tribunale di Firenze è intervenuto sul tema dell’efficacia del recesso legale ex art. 1671 c.c. esercitato dal committente da un contratto di appalto per la costruzione di uno stabilimento produttivo nei confronti di un appaltatore che, successivamente alla sottoscrizione del relativo contratto, aveva depositato domanda di concordato preventivo con continuità aziendale. La pronuncia del Tribunale di Firenze, che può ritenersi senza dubbio originale, disattende di fatto i principi espressi dalla costante giurisprudenza di merito e della Suprema Corte in materia di recesso legale dal contratto di appalto e pone seri dubbi (anche costituzionali) sulla compatibilità di tale rimedio con gli artt. 168-bis e 169-bis della Legge Fallimentare che prevedono, rispettivamente, la prosecuzione dei rapporti contrattuali in corso alla data di presentazione della domanda di concordato e che i contratti in corso non si risolvono all’apertura della procedura, prevedendo la nullità di clausole negoziali che prevedano l’automatica risoluzione. Come forse noto anche a coloro che non gravitano nel mondo degli appalti, il recesso ex art. 1671 c.c. costituisce l’esercizio di un diritto potestativo che riconosce al committente di sciogliersi dall’appalto senza alcuna limitazione di sorta, lasciando sopravvivere soltanto obblighi derivanti dalla legge (i.e. l’obbligo di indennizzo regolato ex art. 1671 c.c. in favore dell’appaltatore). Lo scopo dell’art. 1671 c.c. è proprio quello di preservare l’interesse del committente a interrompere immediatamente, anche immotivatamente, il rapporto con un appaltatore nelle cui capacità non ha più fiducia, proprio per proseguire l’esecuzione dell’opera attraverso un nuovo appaltatore senza restare ostaggio del vecchio appaltatore. Gli orientamenti giurisprudenziali sino ad oggi pronunciatisi in materia di recesso legale hanno più volte ribadito che il committente ha il diritto di recedere dal contratto d’appalto in ogni momento, anche se è inadempiente e senza necessità di fornire giustificazioni, in quanto le conseguenze indennitarie poste a suo carico dall’art. 1671 c.c. sono riconducibili, quanto ad estensione, a quelle risarcitorie derivanti dall’inadempimento del committente medesimo, ed atteso che non è configurabile un diritto dell’appaltatore a continuare l’esecuzione dell’opera, essendo questa coordinata al soddisfacimento dell’esclusivo interesse del committente e non dell’appaltatore, il cui interesse giuridico è invece rivolto al conseguimento del corrispettivo. Tale orientamento – che non ha mai subito deroghe neppure di fronte a norme di rango diverso – è stato messo in discussione dal Tribunale di Firenze rispetto alla domanda dell’appaltatore di conseguire con ordinanza ex art. 700 c.p.c. la disponibilità del cantiere per eseguire le lavorazioni previste nel contratto di appalto nonostante il recesso legale del committente. L’ordinanza del Tribunale di Firenze, tuttavia, ha ritenuto incredibilmente di disattendere il costante orientamento della Corte di Cassazione propendendo per una tesi del tutto nuova e foriera di inconvenienti poiché, di fatto, autorizza ogni appaltatore, che deposita una semplice domanda di concordato (anche in bianco), a tenere in ostaggio il committente impedendogli la prosecuzione dell’opera con terzi appaltatori finanziariamente più affidabili. Si potrebbe dire che oltre al danno (del committente che si vede di fatto bloccato il cantiere e obbligato a far completare le opere all’appaltatore verso il quale non ripone più fiducia) anche la beffa (derivante dal fatto che l’appaltatore in crisi difficilmente è in grado di portare avanti il cantiere e spesso se ne disfa, nell’ambito della procedura fallimentare, mediante l’affitto o la cessione di ramo di azienda a terzi). Tale ordinanza apre quindi un dibattito piuttosto rilevante sulla tutela reale garantita all’appaltatore in concordato preventivo, equiparabile ad un vero e proprio diritto di ritenzione del cantiere (prima d’ora mai previsto e riconosciuto dalla legge) rispetto alla tutela che l’art. 1671 c.c. riconosce al committente di liberarsi dal rapporto contrattuale a costo di dover pagare un lauto indennizzo e le spese sino a quel momento sostenute dall’impresa.

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