Trust successorio: un’alternativa lecita?

L’istituto del trust rappresenta una grande novità nel panorama sia giuridico che economico italiano degli ultimi anni, anche se nei paesi di stampo anglosassone è conosciuto ed utilizzato da quasi 500 anni.

A livello internazionale tale istituto ha avuto un enorme successo operativo poiché è considerato uno strumento semplice ed economico ma allo stesso tempo estremamente flessibile e agile.

Viene infatti utilizzato, oltre che per più note finalità di tipo tradizionale, come i trusts “di destinazione” di un patrimonio familiare o quelli che hanno scopi caritatevoli (charitable trusts), nell’ambito della circolazione di capitale e di patrimoni, ambito nel quale hanno assunto sempre maggiore diffusione ed importanza quelli che vengono chiamati business trusts cioè quei trusts istituiti per operazioni commerciali, e i pension trusts, che hanno invece finalità previdenziali.

Il legislatore italiano ad oggi, con la ratifica della Convenzione de L’Aja, si è limitato a riconoscere l’istituto del trust nel nostro ordinamento giuridico, senza tuttavia emanare una legge interna che lo disciplini dal punto di vista sostanziale; conseguentemente allorché un soggetto voglia istituire un trust in Italia, deve rimandarne la disciplina ad una legge straniera. Questo meccanismo comporta all’evidenza molti problemi applicativi dovendosi di volta in volta verificare in concreto la rispondenza delle singole previsioni della legge applicabile alle norme italiane cogenti e, prima ancora, al principio di ordine pubblico (si pensi alle norme del codice civile italiano di applicazione necessaria che stabiliscono il diritto alla legittima, norme sconosciute al diritto di altri paesi).

Tale ritrosia del nostro legislatore rispetto all’emanazione di una disciplina organica sostanziale di tale istituto deriva probabilmente dal fatto che il trust nasce in un contesto giuridico, quello di common law, retto da principi totalmente diversi.

Nell’analizzare le caratteristiche del trust, la dottrina italiana infatti si è posta il problema – ed ancora discute- se l’atto costitutivo e il diritto che nasce il capo al trustee, violino divieti sanciti con norme imperative.

Nello specifico, ci si è chiesti se vi sia violazione del divieto del patto successorio[1] sancito dall’articolo 458 del codice civile che stabilisce che non è possibile regolare gli assetti patrimoniali post mortem attraverso una fonte pattizia.

Parte della dottrina, per evitare ogni eventuale contrasto tra il trust e suddetto divieto[2] ha evidenziato che secondo il modello sia inglese che internazionale, il trust non è configurabile come contratto bensì come atto unilaterale.

Secondo altri [3] però, “le linee guida per orientare l’indagine circa la compatibilità del trust con il divieto dei patti successori si traggono dalla individuazione della ratio dello stesso divieto”. L’orientamento tradizionale individua la ratio del divieto nella natura unilaterale e personale del testamento, mentre un secondo orientamento nell’irrevocabilità dell’attribuzione. Autorevole Dottrina[4] ha però evidenziato che alternativa valida al testamento[5] va ricercata all’interno di quei negozi che producono effetti post mortem, che possono essere eliminati attraverso la revoca effettuata dall’autore del beneficio.

Per completezza deve essere accennato che negli ultimi anni, sia dottrina che giurisprudenza, hanno sostenuto in varie occasioni che tale divieto sia anacronistico e infondato e che perciò vada eliminato. Addirittura fu presentato alla Camera un progetto di legge-n. 1512, 13 Giugno 1996- in cui veniva modificato l’articolo 458 del codice civile nel seguente modo: si proponeva di mantenere la validità della parte che vietata il patto istitutivo per lasciare la possibilità al soggetto di modificare le disposizioni testamentarie fino alla morte, ma si affermava l’inammissibilità del divieto con riguardo ai patti dispositivi e rinunciativi di cui alla seconda parte, in quanto considerati in contrasto con altre norme del codice- artt. 1472 e 1478- che permettono la vendita di cose future e altrui e dalle quali è possibile evincere che si possono negoziare beni e diritti che ancora non fanno parte del patrimonio del disponente.

Tornando al trust, nonostante l’articolo 458 c.c. non sia mai stato modificato, la dottrina[6] ritiene che i trusts non possano confliggere con il divieto di stipulare patti successori in quanto non sussiste alcun accordo tra beneficiari e disponente.

Un ulteriore motivo a favore della tesi della compatibilità è rinvenuto nel fatto che il trust svolge una diversa funzione rispetto agli accordi che integrano un patto successorio vietato. Perciò[7]il giudizio di validità dello strumento del trust alla luce del divieto dei patti successori non può che dipendere dalla valutazione degli interessi in concreto perseguiti dal disponente” e di conseguenza nel caso in cui il disponente voglia trasferire irrevocabilmente alcuni beni al trustee in modo che questo li investa e poi distribuisca gli eventuali frutti al soggetto/ soggetti designati sino alla morte del disponente stesso e poi trasferisca la titolarità dei beni ai beneficiari, non sembra possa considerarsi come patto successorio, in quanto il trasferimento è atto a produrre prima di tutto effetti inter vivos.

Va tuttavia rilevato che, se l’unico scopo del trust è quello di attribuire i beni ai beneficiari dopo la morte del disponente, allora è possibile che rientri nella categoria dei patti successori ancora vietati nel nostro ordinamento.

[1] Tradizionalmente la dottrina suddivide i patti successori in tre categorie. La prima riguarda i patti istitutivi con cui si decide di disporre dei propri beni dopo la morte; la seconda riguarda i patti dispositivi con cui si dispone di diritti che spettano in virtù di una successione altrui non ancora aperta ed infine i patti rinunziativi con i quali è possibile rinunciare a tali diritti.

[2] M. LUPOI, Trusts, Giuffrè, Milano, 2001 p. 665.

[3] L. SANTORO, Il trust in Italia, Giuffrè, Milano, 2009, p.121.

[4] A. PALAZZO, Istituti alternativi al testamento, in Trattato di diritto civile del Consiglio Nazionale del Notariato, 2003, fascicolo 8, p.41.

[5] Come ha notato R. SICLARI, Trust e passaggio generazionale di impresa, in Trusts, fascicolo 2, 2001, “L’attitudine del trust a fungere da strumento alternativo al testamento appartiene al codice genetico dell’istituto, sin dalle origini veicolo di affidamento della ricchezza in vista di attribuzioni beneficiarie dipendenti dalla morte del disponente”.

[6] M. LUPOI, Trusts, cit., p.509.

[7] L. SANTORO, op. cit., p.127.

Lascia un commento