Sulla lunghezza degli atti processuali

All’avvocato bisogna raccontar le cose chiare: a noi tocca poi ingarbugliarle!” Dietro agli interventi che, a diverso titolo, si stanno scagliando contro la lunghezza degli atti processuali pare riaffiorare l’identificazione dell’avvocato difensore con l’Azzeccagarbugli barocco di manzoniana memoria. I giudici di merito e anche di legittimità, sempre più frequentemente, invocano la contrarietà degli atti difensivi “sovrabbondanti” ai principi del “giusto processo” osservando che: “la particolare ampiezza degli atti certamente non pone un problema formale di violazione di prescrizioni formali ma non giova alla chiarezza degli atti stessi e concorre ad allontanare l’obiettivo di un processo celere che esige da parte di tutti atti sintetici, redatti con stile asciutto e sobrio“. A supporto della campagna di sensibilizzazione si evoca, altresì, la rilevanza del debito erariale accumulato dallo Stato per la lentezza nella definizione dei processi civili: colpa degli atti “eccessivamente prolissi“, che “costringono il giudice a leggere tutto anche quello che non gli occorre conoscere“. Tra gli strumenti a disposizione del giudice, si è fatto riferimento alla possibile valutazione del comportamento ai fini della condanna alle spese (ex combinato disposto degli artt. 92 e 88 c.p.c.) o quale argomento di prova contraria (ex art. 116 c.p.c.), anche se si osserva che, in assenza di una violazione di una prescrizione legale vigente, tali sanzioni non possono conseguire tout court alla eccessiva lunghezza dell’atto. Da qui la predisposizione da parte di uffici e sezioni di raccomandazioni, sulla scorta dei regolamenti di disciplina noti anche ad altre esperienze (quali ad esempio quello della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo). Il recente decreto del Presidente del Consiglio di Stato del 25 maggio 2015 – il cui intervento per disciplinare le dimensione del ricorso e degli atti difensivi nei procedimenti è stato espressamente richiesto dalle recenti misure legislative a tutela dello snellimento del processo amministrativo (di cui all’art. 120 del d.lgs. n. 104/2010 convertito in legge n. 114/2014) – sembra segnare un nuovo passo nella missione a favore della sobrietà, ancorché se ne preveda un applicazione “sperimentale in una prima fase“. Nel decreto  – redatto sentiti il parere (invero contrario a misure di regolamentazione in via normativa delle dimensioni degli atti) del Consiglio Nazionale Forense e dell’Avvocato Generale dello Stato – vengono fissati infatti: il limite massimo di pagine del ricorso e degli atti difensivi in genere, l’indicazione delle parti formali escluse dal conteggio (intestazioni, conclusioni, indici, etc) e, addirittura, le caratteristiche grafiche degli atti, con la prescrizione dello stile e delle dimensioni dei caratteri, delle interlinee e dei margini! Qual è dunque il numero massimo di pagine consentito per gli atti difensivi? Dieci per il ricorso alla CEDU (anche se il relativo regolamento di disciplina prescrive, in realtà, unicamente la redazione di una breve sintesi nel caso di superamento di tale numero di pagine); trenta per i procedimenti amministrativi; una via di mezzo (venti) per gli atti introduttivi dei giudizi civili, stando alla giurisprudenza milanese, tenuto conto che quel che non si dice nell’atto introduttivo si può (talora) dire negli spazi delle memorie successive. Lo stesso decreto del Presidente del Consiglio Stato ha previsto, poi, un novero di motivi di dispensa – la cui sussistenza deve essere valutata dal Presidente di sezione, previa redazione di apposita istanza in calce all’atto eccedente i parametri – che tengono conto della rilevanza economica della causa (anche con riferimento alle condizioni della parte), della complessità, ma anche del numero e dell’ampiezza degli atti e/o delle (stesse) sentenze impugnate, della necessità di riproposizione di eccezioni, della necessità di indicare motivi rescindenti e rescissori etc. A (sintetica) difesa della categoria, proprio la indicazione dei motivi di eccezione, dà ragione del fatto che la lunghezza degli atti non sempre è sintomo del fatto che “Quel che manca loro in profondità, gli oratori lo compensano in lunghezza”.    A volte la eccessiva lunghezza non è frutto di una scelta ricercata di ricorso all’eloquenza e alla retorica al fine di confondere la nuda verità dei fatti, né è più semplicemente dettata da quella c.d. “pigrizia informatica” – anch’essa addebitata alla categoria – figlia del taglia e incolla e nemica della sintesi e del “labor limae“. Essa, è talora, piuttosto, una soluzione imposta da caratteristiche (o, talora, difetti) del sistema, ben più difficili da estirpare che con il ricorso al righello. La lunghezza è anche figlia del tipo di processo e delle forme da esso imposte; si pensi ad esempio, all’onere di specificazione degli elementi di fatto e di diritto (pena l’eccezione di indeterminatezza – intraducibile in altri ordinamenti) alle eccezioni non rilevabili d’ufficio e alle preclusioni ad esse collegate, alle modalità di deduzione delle prove, etc.: si pensi, ancora, agli effetti sul numero di pagine degli atti, derivanti dalle disposizioni anche di recente introduzione sull’onere di contestazione specifica  di cui all’art. 115 c.p.c., o a quelle sul filtro di appello, con la richiesta di forme di contestazione specifiche, a pena improcedibilità, di cui all’art. 342 c.p.c. A volte la lunghezza degli atti è anche dettata da una (talora, purtroppo, vana) ricerca di rendere chiari fatti complessi (o resi volutamente complessi dalle controparti o dagli stessi giudici) o di esplicitazione al giudice del novero delle possibili eccezioni in fatto e diritto, per non farne perdere alcune. Confidava già nel 1742 Lodovico Muratori  (“Dei Difetti della Giurisprudenza”) che il processo scritto avrebbe potuto sopperire alle possibili dimenticanze e disattenzioni del giudice, tipiche del processo orale: “Non usa la Ruota romana i contraddittori, perché meglio si soddisfa al bisogno colle ragioni in carta. Nulla manca allora al giudice che voglia soddisfare esattamente esaminare e combinar la forza delle ragioni opposte e per potere chiarirsi se con buona fede e approposito per la questione servano le allegate leggi, decisioni ed autorità dei sapienti. Il che eseguito, altro non resta a chi dee giudicare se non di valersi della forza del suo ingegno e della dritta sua volontà per venire alla sentenza. Potrebbe accadere che, ciò non ostante, egli poco giustamente giudicasse: ma allora sarà da attribuire l’ingiusta sentenza non ad inganno intervenuto per parte degli avvocati, ma alla poca attenzione, all’insufficienza, se non anche a qualche occulta passone del giudice.” Non così oggi, dove proprio la lunghezza degli atti difensivi, frutto di eccessivo zelo, rischia di sortire l’effetto opposto di incorrere nella dimenticanza e disattenzione da parte di chi giudica. E allora, di fronte al rischio (e all’eventuale responsabilità) di perdere per non avere detto o per non essere letto, più che l’imposizione ex lege del numero di pagine e delle ulteriori formalità per eccederle, vale invece il richiamo degli antichi alla incisività e chiarezza della sintesi: “non già perché la pulizia del linguaggio possa punto influire a conseguire il fine che si propone il legista, ma perché la leggiadria è una veste che dà o accresce vaghezza a tutte le fatture degli uomini”.

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  1. Giorgio Falini 14 marzo 2016

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