Responsabilità medica: nuovi scenari?

La “legge Balduzzi” (legge 8 novembre 2012 n. 189 che ha convertito con modificazioni il D.L. 13 settembre 2012 n. 158) è stata approvata con il dichiarato obiettivo di contenere la spesa pubblica e arginare il fenomeno della “medicina difensiva”. Tale obiettivo è stato perseguito sia attraverso una restrizione delle ipotesi di responsabilità medica (spesso alla base delle scelte diagnostiche e terapeutiche “difensive” che hanno un’evidente ricaduta negativa sulle finanze pubbliche) sia attraverso una limitazione dell’entità del danno biologico risarcibile al danneggiato in caso di responsabilità dell’esercente una professione sanitaria. In particolare l’art. 3 della legge Balduzzi prevede al comma 1 che “l’esercente la professione sanitaria che nello svolgimento della propria attività si attiene a linee guida e buone pratiche accreditate dalla comunità scientifica non risponde penalmente per colpa lieve. In tali casi resta comunque fermo l’obbligo di cui all’articolo 2043 del codice civile (…)”. Sulla portata del riferimento della legge Balduzzi al solo articolo 2043 – e quindi alla sola responsabilità extra-contrattuale – si sono registrate diverse interpretazioni. La Corte di Cassazione (Sentenza del 17/4/2014 n. 8940) è intervenuta sul tema per precisare che la previsione di cui all’art. 3 della legge Balduzzi ‟non esprime alcuna opzione da parte del legislatore per la configurazione della responsabilità civile del sanitario come responsabilità necessariamente extracontrattuale, ma intende solo escludere, in tale ambito, l’irrilevanza della colpa lieve”. Il Tribunale di Milano – con l’articolata sentenza in esame – si è discostata dall’interpretazione dell’art. 3 della Legge Balduzzi offerta dalla Corte di legittimità, affermando i seguenti principi decisamente innovativi:

  1. sulla base del tenore letterale dell’art. 3 comma 1 della legge Balduzzi e alla luce della intenzione del legislatore, la responsabilità del medico (e quella degli altri esercenti professioni sanitarie) per condotte che non costituiscono inadempimento di un contratto d’opera (diverso dal contratto concluso con la struttura) deve essere ricondotta alla responsabilità da fatto illecito ex art. 2043 c.c.;
  2. pertanto, l’obbligazione risarcitoria del medico può scaturire solo in presenza di tutti gli elementi costitutivi dell’illecito aquiliano (che il danneggiato ha l’onere di provare);
  3. l’‟affievolimento” della responsabilità (anche) civile del medico “ospedaliero” – che deriva dall’applicazione dell’ art. 2043 c.c. – non ha alcuna incidenza sulla distinta responsabilità della struttura sanitaria pubblica o privata, che rimane comunque di tipo “contrattuale” ex art. 1218 c.c.;
  4. se dunque il paziente/danneggiato agisce in giudizio nei confronti del solo medico con il quale è venuto in “contatto” presso una struttura sanitaria, senza allegare la conclusione di un contratto con il convenuto, la responsabilità risarcitoria del medico va affermata soltanto in presenza degli elementi costitutivi dell’illecito ex art. 2043 c.c.

La sentenza appare innovativa nella misura in cui sembra travolgere i principi consolidati in materia di responsabilità del medico ospedaliero da ‟contatto sociale” elaborata per la prima volta dalla sentenza della Corte di Cassazione n. 589/1999 con l’obiettivo (tra gli altri) di favorire il terzo danneggiato nell’esercizio dei suoi diritti. In assenza di un chiarimento legislativo, è legittimo dubitare che una interpretazione per quanto innovativa in una materia tanto delicata possa favorire certezza e quindi consentire effettivamente il raggiungimento dell’obiettivo di contenere la spesa pubblica e arginare il fenomeno della c.d. “medicina difensiva”.

 

 

Tutti i riferimenti giurisprudenziali citati in questo post sono disponibili su richiesta.