Reconventio reconventionis delle mie brame, chi è la più ammissibile del reame?

La Cassazione chiarisce finalmente la distinzione tra domanda ed eccezione riconvenzionale

Lo scorso 25 ottobre 2016 la Corte di Cassazione è intervenuta nel tentativo di far luce sulla distinzione tra domanda ed eccezione riconvenzionale, segnando i confini e le caratteristiche insite in ciascuno dei due istituti.

L’art. 36 del Codice di Procedura Civile, introducendo nel nostro ordinamento la figura della “questione” riconvenzionale, dispone che “Il giudice competente per la causa principale conosce anche delle domande riconvenzionali che dipendono dal titolo dedotto in giudizio dall’attore o da quello che già appartiene alla causa come mezzo di eccezione, purché non eccedano la sua competenza per materia o valore; altrimenti applica le disposizioni dei due articoli precedenti”.

Non offrendo una precisa distinzione tra domanda ed eccezione riconvenzionale, la norma citata ha prestato il fianco a molteplici e spesso contraddittorie pronunce in tema di ammissibilità di “questioni” proposte dal convenuto – più o meno tempestivamente – in via riconvenzionale, ancora oggi oggetto di un acceso dibattito.

La distinzione tra i due istituti giuridici, lungi dal rappresentare un tema squisitamente teorico, possiede significative implicazioni pratiche tali da incidere sulla ammissibilità di una questione versata nel giudizio dal convenuto, a seconda che essa possa essere qualificata quale domanda riconvenzionale ovvero quale eccezione riconvenzionale: il che incide, peraltro, sul giudizio di tempestività della relativa difesa.

L’annosa diatriba ha imposto alla Corte di Legittimità di soffermarsi in più occasioni sul punto, nel tentativo di delineare un profilo chiaro per ciascuno due istituti.

Tuttavia il costante ripetersi di contraddittorie pronunce di merito, peraltro spesso di ardua applicazione pratica, ha imposto che lo scorso 25 ottobre 2016 gli Ermellini si arrestassero ancora una volta sul tema, confidando di chiarirlo una volta per tutte.

Con la sentenza n. 21472/2016, la Sezione Terza della Corte di Cassazione, ha dichiarato la nullità per omissione di pronuncia della sentenza con la quale la Corte d’Appello di Brescia aveva ritenuto inammissibili le deduzioni, svolte dalla società convenuta, di tutti i fatti estintivi, modificativi e impeditivi dei diritti fatti valere dall’attrice, in quanto fondate su titoli negoziali differenti da quelli oggetto del giudizio: tali difese, a dire della Corte d’Appello costituirebbero domande riconvenzionali (pacificamente inammissibili in sede di gravame).

La Corte di Cassazione è intervenuta per contestare innanzitutto che la decisione della Corte d’Appello aveva di fatto operato una non corretta ricostruzione della distinzione tra domanda riconvenzionale ed eccezione fondata sul titolo posto a base della difesa della parte, invece che sull’oggetto di essa o sulla struttura invece che sulla funzione di essa – in tal modo attuando una limitazione al possibile ampliamento del thema decidendum ad opera dal convenuto, attraverso la deduzione di fatti estintivi, impeditivi o modificativi dei diritti fatti valere dall’attore, che non trova riscontro in alcuna disposizione normativa.

Pertanto, la Suprema Corte ha graniticamente chiarito che “ciò che distingue l’eccezione riconvenzionale, la cui prima formulazione è ammissibile in appello, dalla domanda riconvenzionale, esperibile soltanto in primo grado, è costituito dalle conseguenze giuridiche che il deducente intende trarre dal fatto nuovo allegato, e, cioè, dal provvedimento che egli chiede al giudice in base a tale fatto: si ha, cioè, eccezione riconvenzionale, allorché l’istanza resti contenuta nell’ambito dell’attività strettamente difensiva e, pure eventualmente ampliando la sfera dei poteri cognitori, lasci immutati i limiti di quelli decisori del giudice, quali determinati dalla domanda dell’attore; si ha, invece, domanda riconvenzionale quando il convenuto chieda un provvedimento positivo, autonomamente attributivo di una determinata utilità, cioè tale che vada oltre il mero rigetto della domanda avversaria, ampliando, così, la sfera dei poteri decisori come sopra determinati“.

Non solo.

La novità della pronuncia risiede, altresì, nell’ulteriore principio sancito dalla Corte nella parte in cui essa afferma che quand’anche il convenuto abbia di fatto formulato una domanda riconvenzionale che, in ragione dello stato e/o del grado del giudizio non sia più ammissibile, “ciò nonostante la medesima difesa può e deve essere presa in considerazione come eccezione, con il solo e più limitato possibile esito del rigetto delle domande di parte attrice”.

In definitiva, la pronuncia in commento ha spostato sul Giudice la responsabilità circa la qualificazione giuridica di una difesa quale domanda riconvenzionale ovvero quale mera eccezione riconvenzionale idonea a salvaguardare il convenuto che sia decaduto ,per ragioni processuali, dalla possibilità di domandare in via autonoma l’attribuzione di una utilità senza per questo perdere una opportunità di difesa.

 

 

 

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