Qui lo dico e qui lo nego, ovvero…

La dichiarazione di aver ricevuto le informazioni precontrattuali di legge non libera l’impresa.

La sentenza della Corte di Giustizia europea C449/13, sez. quarta, del 18 dicembre 2014, è stata resa in tema di credito al consumo, ma offre spunti di riflessione per tutti i settori in cui la normativa preveda che l’imprenditore debba fornire determinate informazioni al consumatore, o in genere al soggetto che aderisce al regolamento contrattuale, prima della conclusione del contratto.

La fattispecie è quella di un finanziamento per l’acquisto di un autoveicolo. I soggetti finanziati non pagano alcune rate e vengono citati in giudizio dalla finanziaria per il pagamento del saldo maggiorato degli interessi.

Il Tribunale rileva che la finanziaria non ha versato agli atti la scheda informativa precontrattuale che doveva essere consegnata ai debitori, ma che il contratto di finanziamento contiene una clausola nella quale il soggetto finanziato dava atto di aver ricevuto la suddetta scheda e di aver preso conoscenza delle informazioni ivi contenute. Il Giudice solleva quindi di fronte alla Corte di Giustizia la questione pregiudiziale se «la direttiva 2008/48 relativa ai contratti di credito ai consumatori osti a che la prova della corretta e completa esecuzione degli obblighi incombenti al creditore possa essere fornita unicamente per mezzo di una clausola tipo, contenuta nel contratto di credito, con la quale il consumatore dà atto dell’esecuzione degli obblighi del creditore, non suffragata dai documenti prodotti dal creditore e consegnati al debitore».

La Corte di Giustizia, rilevato che il consumatore non dispone di mezzi che gli consentano di provare che il creditore non gli ha fornito talune informazioni prescritte dalla direttiva, osserva che la clausola contrattuale che comportasse, in forza del diritto nazionale, il riconoscimento da parte del consumatore della piena e corretta esecuzione degli obblighi precontrattuali incombenti al creditore, determinerebbe una inversione dell’onere della prova dell’esecuzione di tali obblighi tale da compromettere l’effettività dei diritti riconosciuti dalla direttiva. Se invece la clausola si risolve in una attestazione di aver ricevuto la scheda contenente le informazioni dovute, ma il consumatore è sempre in grado di far valere di non aver ricevuto tale scheda o che essa non gli consentiva di adempiere agli obblighi di informazione precontrattuali ad esso incombenti, la clausola costituisce un mero indizio che spetta al creditore di avvalorare attraverso uno o più elementi di prova pertinenti. Solo in questo secondo caso, la clausola non compromette l’effettività dei diritti riconosciuti dalla direttiva.

Il Giudice, quindi, non può “accontentarsi” della dichiarazione del consumatore che abbia riconosciuto la piena e corretta esecuzione degli obblighi precontrattuali incombenti sull’imprenditore.

La sentenza offre spunti di riflessione anche in tema di adeguatezza.

La Corte si pronuncia infatti sul quesito se l’art. 8, par. 1, della direttiva 2008/48 relativa ai contratti di credito ai consumatori debba essere interpretato nel senso che osta a che la valutazione della solvibilità del consumatore sia effettuata sulla base delle sole informazioni fornite del quest’ultimo, senza un controllo effettivo di tali informazioni attraverso altri elementi. Ritiene la Corte che mere dichiarazioni non comprovate rese da un consumatore non possono, di per sé, essere considerate adeguate se non sono corredate da documenti giustificativi. L’art. 8, par. 1, della direttiva 2008/48 prevede infatti che il creditore è tenuto a valutare il merito creditizio del consumatore sulla base di informazioni adeguate, se del caso fornite dal consumatore stesso, e, ove necessario, ottenute consultando la banca dati pertinente. Il creditore, comunque, non è tenuto ad effettuare controlli sistematici delle informazioni fornite dal consumatore.

Nel settore assicurativo, invece, come noto, la valutazione dell’adeguatezza deve essere condotta proprio sulla base delle dichiarazioni del contraente, e non sembra che l’impresa o l’intermediario possano pretendere che tali informazioni siano avvalorate dal documenti giustificativi e/o esercitare poteri autonomi di indagine. L’art. 52 del Regolamento n. 5 ISVAP prevede infatti che le imprese impartiscono istruzioni agli intermediari di cui si avvalgono affinché, in fase precontrattuale, acquisiscano dal contraente ogni informazione utile a valutare l’adeguatezza del contratto offerto in relazione alle esigenze assicurative e previdenziali di quest’ultimo, nonché, ove appropriato in relazione alla tipologia del contratto, alla propensione al rischio del contraente medesimo.

In ogni caso, gli intermediari sono tenuti a proporre o consigliare contratti adeguati in relazione alle esigenze di copertura assicurativa e previdenziale del contraente. A tal fine, prima di far sottoscrivere una proposta o, qualora non prevista, un contratto di assicurazione, acquisiscono dal contraente ogni informazione che ritengono utile in funzione delle caratteristiche e della complessità del contratto offerto, conservandone traccia documentale. Con riferimento ai contratti di assicurazione sulla vita, gli intermediari chiedono in particolare notizie sulle caratteristiche personali del contraente, con specifico riferimento all’età, all’attività lavorativa, al nucleo familiare, alla situazione finanziaria ed assicurativa, alla sua propensione al rischio e alle sue aspettative in relazione alla sottoscrizione del contratto, in termini di copertura, durata ed eventuali rischi finanziari connessi al contratto da concludere.

Lascia un commento