Promotore e cliente: chi è senza peccato scagli la prima pietra!

Il contenzioso relativo agli atti illeciti commessi dai promotori finanziari è forse uno dei pochi casi in cui, nel corso degli anni, si sono delineati dei chiari e precisi orientamenti giurisprudenziali di merito più e più volte confermati anche dalla Corte di Cassazione.

In particolare, sembravano ormai granitici tre principi fondamentali:

– la sufficienza del “nesso di occasionalità” ai fini della configurabilità della responsabilità solidale dell’intermediario finanziario, nell’interpretazione secondo la quale quest’ultimo è oggettivamente responsabile della condotta illecita del proprio agente alla semplice condizione che essa sia stata posta in essere nello svolgimento delle mansioni affidate e che queste abbiano agevolato o quanto meno creato i presupposti per la commissione dell’illecito;

– la sussistenza del nesso causale tra violazione e danno anche nell’ipotesi in cui il promotore finanziario abbia agito eccedendo il limite delle mansioni o incombenze affidate o addirittura la condotta illecita abbia integrato un’ipotesi di reato;

– l’esclusione del concorso di colpa del cliente nella produzione del danno ex art. 1227 c.c. anche in caso di inosservanza dei canoni ordinari di diligenza, a meno che non sia ravvisabile un comportamento del cliente collusivo con quello dell’agente o, quanto meno, una “consapevole e fattiva acquiescenza alla violazione delle regole gravanti sul promotore, palesata da elementi presuntivi, quali ad esempio il numero o la ripetizione delle operazioni poste in essere con modalità irregolari, il valore complessivo delle operazioni, l’esperienza acquisita nell’investimento di prodotti finanziari, la conoscenza del complesso “iter” funzionale alla sottoscrizione di programmi di investimento e le sue complessive condizioni culturali e socio-economiche” (Cass. Civile, Sez. I, 13 dicembre 2013, n. 27925).

Tale ultimo principio, ribadito a più riprese dalla Corte di Cassazione nel corso degli ultimi anni, aveva destato (quanto meno in chi scrive) più di una perplessità. Ed infatti, ripercorrendo la giurisprudenza di legittimità in tema di concorso di colpa pronunciatasi in contesti differenti da quello dell’intermediazione finanziaria, la Corte di Cassazione aveva ravvisato gli estremi del concorso di colpa “non solo in ipotesi di violazione da parte del creditore-danneggiato di un obbligo giuridico, ma anche nella violazione della norma comportamentale di diligenza, sotto il profilo della colpa generica” (Cass. Civile, Sez. Un., 21 novembre 2011, n. 24406). Dunque, non solo i Giudici di legittimità mai hanno richiesto, ai fini della configurabilità del concorso di colpa, un comportamento doloso del danneggiato, ma neppure di consapevole violazione di norme giuridiche.

Ma se così è in via generale, risultava assolutamente incomprensibile il motivo per il quale, solo in materia di illeciti commessi dai promotori finanziari, ai fini della sussistenza del concorso di colpa è stato ritenuto necessario un comportamento del cliente o doloso (i.e. collusione con il promotore finanziario) o di “colpa cosciente” (per usare un’espressione penalistica), senso di consapevole violazione di norme.

Come un “fulmine a ciel sereno”, il 22 settembre 2015 la Corte di Cassazione ha emesso una nuova sentenza in punto di concorso di colpa che, pur riprendendo testualmente i precedenti orientamenti, ed in particolare quello della Cassazione Civile n. 27925/2013, ha precisato che “la violazione da parte del promotore finanziario degli obblighi di comportamento che la legge pone a suo carico non esclude la configurabilità di un concorso di colpa dell’investitore qualora ( … ) ometta di adottare l’ordinaria diligenza ( …) o in altro modo contribuendo al verificarsi dell’evento dannoso, attraverso la violazione dei più elementari canoni di prudenza ed oneri di cooperazione nel compimento dell’attività di investimento”. Con questa sentenza la Corte di Cassazione sembra dunque tornare su i suoi passi riconducendo le fattispecie di comportamenti rilevanti ai fini dell’applicazione del concorso di colpa in tema di intermediazione finanziaria a quelle generalmente individuate in altre situazioni giuridiche: da collusione o consapevole acquiescenza del cliente, si torna dunque ai principi generali di violazione dell’ordinaria diligenza e dei più elementari canoni di prudenza.

Mi sento di potere condividere i principi espressi dalla sentenza qui in commento dal momento che, come detto in precedenza, non si ravvisavano davvero delle plausibili ragioni per le quali, solo nell’ambito dei danni causati da atti illeciti dei promotori finanziari, il comportamento del danneggiato idoneo ad integrare gli estremi del concorso di colpa dovesse essere connotato da requisiti più stringenti rispetto ai criteri generali della violazione dei canoni di ordinaria diligenza e prudenza.

Lascia un commento