IL PRINCIPIO DELLO IURA NOVIT CURIA: ESISTONO (ANCORA) REALI DIFFERENZE TRA I PAESI DI CIVIL LAW E COMMON LAW?

Tra i principi cardine dell’ordinamento giuridico italiano, merita senz’altro menzione il principio di corrispondenza tra chiesto e pronunciato, riconducibile, sebbene con un’accezione più ampia e lievemente differente, al brocardo iura novit curia. Volgendo lo sguardo all’impianto normativo su cui tale principio si basa, ci sembra opportuno prendere le mosse, anzitutto, dal testo costituzionale, il cui articolo 24 –come noto- sancisce il diritto alla tutela giurisdizionale, che si estrinseca, da un canto, nel diritto di agire in giudizio per la tutela dei propri diritti ed interessi legittimi, dall’altro, nel diritto di difesa.

Con riferimento al primo profilo, la generalità del principio espresso in Costituzione diviene maggiormente specifica e concreta al livello delle fonti di rango primario, laddove il codice di procedura civile dispone in ordine alla domanda giudiziale e al “veicolo processuale” di quest’ultima, id est l’atto di citazione. La domanda giudiziale è una “dichiarazione di volontà diretta alla produzione di effetti giuridici tutelati dall’ordinamento[1]. Normalmente, infatti, l’attore propone una domanda (che si traduce nella materiale redazione dell’atto di citazione) con l’obiettivo che il giudice dichiari l’esistenza del diritto che egli stesso deduce in giudizio. In tal senso, è fondamentale che l’attore si attenga alle regole che l’articolo 163 c.p.c. detta con riferimento al contenuto dell’atto: infatti, il dovere decisorio dell’autorità giurisdizionale può sorgere in tanto in quanto la parte interessata a far valere un diritto in giudizio devolva lo stesso alla cognizione del giudice. Siffatto meccanismo discende da un altro fondamentale principio del nostro ordinamento – il principio dispositivo, il quale presuppone uno stimolo di parte all’attività giurisdizionale, in quanto è sempre e necessariamente il singolo consociato, titolare (o asserito tale) di un diritto, a poterne disporre dal punto di vista e sostanziale e processuale.

Tuttavia, a fronte di una tendenzialmente rigorosa disciplina del contenuto dell’atto di citazione (che deve imprescindibilmente indicare almeno le parti, il petitum e la causa petendi), il codice di procedura civile consente al giudice, attraverso il combinato disposto degli articoli 112 e 113, uno spatium operandi di dimensioni meno ridotte di quanto si possa pensare. Se infatti, da un lato, il codice prescrive al giudice di pronunciare sì su tutta la domanda, ma non oltre i limiti di essa, dall’altro, obbligandolo a “pronunciare secondo diritto”,  gli consente di fare riferimento, genericamente, a tutte le norme del diritto e non (o non solo) a quelle richiamate dalla parte.  Sicché, il giudice può e deve tenere conto di tutte le norme di diritto potenzialmente applicabili al caso concreto, essendo libero di scegliere quali applicare, in quanto ritenute più idonee a fornire efficace tutela al diritto controverso, o comunque ad assicurare il petitum alla parte.

Occorre comunque tenere a mente, in ogni caso, che il giudice, pur disponendo di un potere di riferimento normativo autonomo, non può esercitarlo indiscriminatamente: egli deve sempre mantenersi entro i confini della domanda come delineati dalla parte nell’atto di citazione. In buona sostanza, il principio della corrispondenza tra il chiesto e il pronunciato postulato dall’articolo 112, implica unicamente il divieto, per il giudice, di attribuire alla parte un bene non richiesto, o comunque di emettere una statuizione che non trovi corrispondenza nella domanda. Pertanto, la corrispondenza tra il chiesto e il pronunciato che costituisce a tutti gli effetti un vincolo al potere decisorio del giudice riguarda il petitum, che va determinato in relazione a quanto viene domandato, sia in via principale sia in via subordinata. Il suddetto principio, invece, non osta a che il giudice renda la pronuncia richiesta sulla base di una ricostruzione dei fatti autonoma rispetto a quella prospettata dalle parti, ovvero in applicazione di una norma giuridica diversa da quella invocata dall’istante, fermo sempre il petitum (e la causa petendi). Id est, per il giudice è fatta salva la possibilità di qualificare diversamente i fatti e i rapporti dedotti in lite, senza che gli elementi oggettivi della causa ne vengano inficiati, ovvero venga introdotto un nuovo tema di indagine, ovvero ancora sia attribuito un bene non richiesto o diverso da quello domandato. Così vincolato rispetto ai fatti allegati e, viceversa, libero rispetto alle norme, il giudice può accogliere o non accogliere le domande ovvero accoglierle in parte, ma non può in alcun modo superare i limiti della domanda.

A ben guardare, il principio in esame non può non essere posto in relazione con la funzione giurisdizionale come delineata dalla nostra Costituzione. Infatti, il principio della tutela in giudizio dei propri diritti ed interessi legittimi finirebbe per essere svuotato di significato se l’attore avesse l’esclusiva anche sull’indicazione delle norme a cui fare riferimento per decidere sul diritto controverso: in caso di errore, al giudice sarebbe vietato di intervenire per modificare la qualificazione giuridica proposta, e a quel punto il sistema giurisdizionale non sarebbe in grado di fornire al diritto una tutela adeguata ed efficace.

Se volgessimo ora lo sguardo agli ordinamenti di common law – in particolare al Regno Unito – e provassimo a svolgere un’analoga analisi dei poteri decisori del giudice, ci scontreremmo, anzitutto, con le granitiche convinzioni degli scholars che ancora sostengono, non solo, la radicale diversità tra l’ordinamento britannico e quelli continentali di civil law, ma anche e soprattutto, per quanto qui rileva, l’impossibilità che il principio dello iura novit curia possa trovar casa oltremanica. Tuttavia, a ben guardare, si può ravvisare nel diritto vivente una tendenza tutt’altro che collimante con le teorie “conservatrici” che per lungo tempo hanno permeato la dottrina giuridica inglese. Infatti, sulla scorta di interventi normativi di matrice tanto domestica quanto internazionale, nonché di qualche timido filone dottrinale innovatore, sembra che anche nel Regno Unito il ruolo del giudice stia cambiando.

Fino a non molto tempo fa, il giudice era tipicamente confinato nel ruolo di spettatore passivo della controversia, fino al punto che le corti venivano considerate “hostages of the arguments deployed by counsel[2].  Inevitabilmente, questo finiva per implicare una quasi totale impossibilità di gestire in autonomia la quaestio iuris, non potendo l’autorità giudicante liberamente disattendere le argomentazioni svolte dalle parti. Non può pertanto ignorarsi la potenziale pericolosità di una tesi così rigida, soprattutto con riguardo alle difficoltà decisionali in cui il giudice potrebbe incorrere nei casi in cui, ad esempio, le parti abbiano volontariamente esposto i propri argomenti in maniera troppo succinta, ovvero addirittura errata.

Per ovviare a queste problematiche, percepite in maniera sempre più accentuata, è anzitutto intervenuto il legislatore, attraverso l’emanazione delle Civil Procedural Rules[3] nel 1999. Queste ultime, recependo gli spunti della House of Lords che aveva auspicato che il giudice del dibattimento potesse “take a more active role” e “control the progress of a hearing[4], delineano un sistema nel quale il giudice è chiamato a prendere il controllo dello svolgimento del processo. Per di più – ancora a livello domestico – a seguito dell’entrata in vigore dell’Human Rights Act 1998 che sulla scorta dell’articolo 6 CEDU ha imposto al giudice il dovere di motivare le proprie decisioni, qualora si fosse in presenza di legal arguments erronei od incompleti, e non si consentisse al giudice di attingere all’intero corpus normativo, questi si troverebbe “con le mani legate”, impossibilitato ad inquadrare correttamente la questione nella giusta cornice giuridica e, in ultima analisi, incapace di adempiere ad uno dei principali doveri scaturenti dal suo ruolo, id est quello di motivare le proprie decisioni.

Ancora, si ritiene che un ordinamento all’interno del quale un giudice non sia titolare della prerogativa di assegnare, in ultima analisi, un nomen iuris all’oggetto della controversia, non sia collimante con quanto disposto dal principio Unidroit[5] 22.2.3, il quale dispone che la Corte, nella definizione della controversia, possa fare riferimento a qualificazioni giuridiche ovvero interpretazione dei fatti o degli elementi di prova anche diverse da quelle proposte dalle parti.

È innegabile, pertanto, che anche l’ordinamento inglese stia gradualmente muovendo verso posizioni più moderate, che coniugano un ruolo più attivo del giudice in generale ed una maggiore accuratezza nell’espletamento del dovere decisorio in particolare.

È perciò in ragioni di carattere pubblicistico, quasi di principio, che occorre reperire la chiave di volta della questione dell’applicabilità o meno dello iura novit curia in due tipologie di ordinamenti solo in teoria antitetiche. Se al giudice non fosse riconosciuto uno “spazio di manovra” abbastanza ampio per adempiere al proprio dovere, infatti, ne risulterebbe inficiata la funzione giurisdizionale globalmente considerata. Verrebbe così minato uno dei principi fondamentali che, innegabilmente, permeano tanto il nostro ordinamento di civil law quanto quello, apparentemente molto difforme, di common law. È quindi solamente considerando la giurisdizione civile alla luce della sua funzione pubblicistica che si può superare la ancestrale contrapposizione tra civil law e common law, e affermare che l’adozione del principio iura novit curia è funzionale al perseguimento della efficacia ed effettività della tutela giurisdizionale, principio quest’ultimo che è proprio di uno Stato di diritto modernamente inteso.

[1] F. Carpi – M. Taruffo, Commento all’articolo 112 in Commentario breve al codice di procedura civile, CEDAM, Padova, p. 860.

[2] Darlington BC v Wiltshier Northern Ltd [1995] 1 WLR 68, 78, CA per LJ Steyn

[3] SI 1998/3132

[4] Ashmore v Corporation of Lloyd’s [1992] 1 WLR 446, HL

[5] UNIDROIT/American Law Institute’s joint 2002 draft of Principles of Trasnational Civil Procedure

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