Impugnazione del lodo arbitrale per violazione di legge: le Sezioni Unite intervengono

Il silenzio degli innocenti (sull’impugnazione del lodo arbitrale)

Le Sezioni Unite, con la pronuncia n. 9284 del 9 maggio 2016, riaprono le maglie dell’impugnazione del lodo arbitrale per violazione delle norme di diritto sostanziale, in ambito del diritto civile.

Anteriormente alla riforma della disciplina dell’arbitrato, introdotta dal D.Lgs 40 del 2006, il lodo era impugnabile per violazione di norme di diritto sostanziale, “salvo che le parti … avessero autorizzato [gli arbitri] a decidere secondo equità o avessero dichiarato il lodo non impugnabile“. Nel silenzio delle parti, quindi, il lodo arbitrale era impugnabile per mancata osservanza di regole di diritto.

La riforma ribaltò la prospettiva. L’art. 24 del D.Lgs 40 del 2006, modificando l’art. 829 c.p.c., circoscrisse infatti quell’impugnazione (per violazione di norme di diritto sostanziale) “solo se espressamente disposta dalle parti o dalla legge”. Nel silenzio delle parti, quindi, era preclusa l’impugnazione del lodo arbitrale “per violazione di regole di diritto relative al merito della controversia“.

La norma transitoria dettata dall’art. 27, IV comma, D.Lgs 40/ 2006 sanciva l’applicazione del nuovo regime (di possibile preclusione) dell’impugnazione del lodo arbitrale per violazione di norme di diritto con riferimento a tutti i (lodi emessi in esito a) procedimenti arbitrali promossi successivamente al 2 marzo 2006.

Difficile interpretare la norma transitoria

I primi interpreti ebbero a evidenziare le contraddizioni di una rigida applicazione del nuovo regime dell’impugnazione anche ai lodi pronunciati in virtù di clausole compromissorie stipulate anteriormente alla riforma, fino a prospettarne profili di illegittimità costituzionale (per contrasto con l’art. 24 della Carta; v. in questo senso Petrillo, in Commentario alla riforma del processo civile a cura di A. Briguglio e B. Capponi, Padova, 2009, 1092).

Le parti di una convenzione di arbitrato stipulata successivamente alla riforma sarebbero state consapevoli che – in assenza di un accordo in tale senso – il lodo arbitrale reso nella controversia devoluta ad arbitri non sarebbe stato impugnabile per violazione di norme di legge.

Ma l’applicazione del medesimo principio ai procedimenti arbitrali governati da clausole stipulate anteriormente a quella riforma avrebbe significato imporre quel regime preclusivo anche in danno di parti che, inconsapevolmente, avevano taciuto sulla possibilità di impugnare il lodo per violazione di norme di diritto sostanziale (ed al cui silenzio, anzi, il regime vigente all’epoca della conclusione della convenzione di arbitrato ricollegava conseguenze di ordine processuale di segno opposto).

Il tenore letterale della norma intertemporale (art. 27, IV comma, D. Lgs 40 del 2006) sembrava lasciare però pochi margini di dubbio. E si consolidò così presso le Corti d’appello una prima interpretazione espansiva degli effetti della riforma del regime delle impugnazioni anche ai lodi resi su convenzioni arbitrali stipulate ante riforma.

La Suprema Corte divisa

La giurisprudenza della Suprema Corte si è divisa.

Un primo orientamento, facendo leva sul principio di irretroattività della legge e gli articoli 3 e 24 Cost., ha ritenuto che l’applicazione della riforma alle procedure arbitrali avviate (successivamente al 2 marzo 2006) su convenzioni arbitrali concluse prima di quella data, non precludesse l’impugnazione del lodo per violazione, da parte di arbitri, di norme di legge applicabile al merito (da ultimo Cass. 22007/15; Pres. Salvago, rel. Nazzicone).

Contrapposto l’orientamento di chi, invocando il “chiarissimo” tenore della norma intertemporale, ha ritenuto che il divieto di impugnazione del lodo arbitrale per violazione di norme di legge dovesse applicarsi anche a pronunce rese sulla base di convenzioni di arbitrato (o clausole arbitrali) stipulate in data anteriore al 2 marzo 2006 (da ultimo, Cass. 19075/15 Pres. Salvago, rel. Mercolino).

L’intervento delle Sezioni Unite

Le Sezioni Unite, con la pronuncia n. 9284/16, compongono oggi il contrasto invocando anch’esse il tenore letterale della norma, ma giungendo, con rara eleganza, a conclusioni di segno opposto.

Il novellato art. 829 c.p.c., al terzo comma, dispone che:

“l’impugnazione per violazione di regole di diritto relative al merito della controversia è ammessa solo se espressamente disposta dalle parti o dalla legge.”.

Si chiedono le Sezioni Unite: qual è la “legge” cui la riforma si riferisce; e le cui previsioni ammetterebbero quell’impugnazione?

Sicuramente una disposizione di legge diversa dal nuovo art. 829 c.p.c. (ché altrimenti la previsione avrebbe inutile portata circolare, ci permettiamo di rilevare).

Altrettanto sicuramente, per le Sezioni Unite:

“deve trattarsi di una legge che disciplini la convenzione di arbitrato, perché è quella convenzione a definire, anche per volontà delle parti, i limiti di impugnabilità del lodo”.

Devi infine trattarsi (ad avviso della Sezioni Unite) della legge in essere al momento della stipula della convenzione di arbitrato, “perché è solo la legge vigente in quel momento che può ascrivere al silenzio delle parti un significato normativamente predeterminato”. Il silenzio, cioè, è un comportamento di per sé neutro, che si colora della luce impressa dalla legge vigente al momento in cui quel silenzio è stato “espresso”.

È possibile, prosegue la pronuncia, che la legge privi di effetti una convenzione stipulata nel regime anteriore. Ma non è possibile che la legge modifichi la portata del silenzio.

Una norma sopravvenuta”, infatti, non può ascrivere “al silenzio delle parti un significato convenzionale che le vincoli per il futuro in termini diversi da quelli definiti dalla legge vigente al momento della conclusione del contratto”.

Conclusioni

Anche i lodi pronunciati in esito a procedimenti introdotti dopo la riforma del 2006 sono impugnabili per violazione di regole di diritto relative al merito dalla controversia, purché quell’impugnazione sia ammessa espressamente dalle parti o dalla legge vigente all’epoca di stipula della clausola compromissoria.

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