L’usura sopravvenuta: tra interpretazione autentica e dibattito giurisprudenziale

La Corte di Cassazione, stavolta a Sezioni Unite, è tornata ad occuparsi del fenomeno c.d. della usura sopravvenuta.

Con la recente sentenza n. 24675 del 19 ottobre 2017, la Suprema Corte ha avuto modo di rilevare che:

Allorché il tasso degli interessi concordato tra mutuante e mutuatario superi, nel corso dello svolgimento del rapporto, la soglia dell’usura come determinata in base alle disposizioni della L. n. 108 del 1996, non si verifica la nullità o l’inefficacia della clausola contrattuale di determinazione del tasso degli interessi stipulata anteriormente all’entrata in vigore della predetta legge, o della clausola stipulata successivamente per un tasso non eccedente tale soglia quale risultante al momento della stipula; né la pretesa del mutuante di riscuotere gli interessi secondo il tasso validamente concordato può essere qualificata, per il solo fatto del sopraggiunto superamento di tale soglia, contraria al dovere di buona fede nell’esecuzione del contratto“.

La pronuncia prende le mosse dal dibattito giurisprudenziale sorto all’indomani della emanazione delle Legge di interpretazione autentica n. 24 del 28 febbraio 2001.

La questione di legittimità sulla c.d. “usura sopravvenuta” veniva posta all’attenzione delle Sezioni Unite all’inizio del 2017 (cfr. ordinanza interlocutoria n. 2484 del 31 gennaio 2017).

Sulla medesima questione si era sviluppato, negli anni, un vivace dibattito che aveva coinvolto le Sezioni Semplici, sia penali che civili, dando luogo a un acceso contrasto giurisprudenziale sin dall’introduzione della Legge 7 marzo 1996, n. 108, recante disposizioni di contrasto all’usura (di seguito, “Legge del ’96“).

Come noto, quest’ultima legge aveva introdotto un particolare meccanismo di calcolo per stabilire il valore del tasso legale c.d. “soglia” – richiamato dall’art. 644 c.p. e, indirettamente, dall’art. 1815 c.c. -, al quale riferirsi per qualificare un tasso di interesse come “usuraio”.

La Corte di Cassazione, chiamata a pronunciarsi sulla corretta esegesi della norma, aveva inizialmente riconosciuto la configurabilità dell’usura sopravvenuta (sul punto, vd. Cass., 2 febbraio 2000, n. 1126; Cass., 22 ottobre 2000, n. 5286; Cass., 17 novembre 2000, n. 14899), prevedendo che il tasso di interesse convenuto dalle parti, suscettibile di scrutinio da parte del giudice, poteva divenire usurario durante la durata del rapporto in relazione al tasso “soglia” di volta in volta fissato.

Riconosciuto l’istituto dell’usura sopravvenuta, restava aperto il problema della sua possibile retroattività ovvero della sua applicabilità ai contratti stipulati prima dell’entrata in vigore della Legge del ’96.

Al fine di sfatare ogni possibile dubbio, il Legislatore decise di intervenire con una norma di interpretazione autentica – D.L. 29 dicembre 2000, n. 394, art. 1, I comma, convertito dalla Legge 28 febbraio 2001, n. 24 -, chiarendo che per la valutazione del tasso di interesse fosse rilevante esclusivamente il momento della pattuizione.

Tuttavia, l’intervento legislativo non fu risolutivo: i Giudici, infatti, continuarono a proporre disparate soluzioni interpretative, dividendosi fra i sostenitori della configurabilità dell’usura sopravvenuta e coloro che ribadivano, invece, la necessità di negarla (soprattutto in forza dell’intervenuta norma di interpretazione autentica).

Per di più, i fautori dell’usura sopravvenuta la declinavano diversamente, ricollegandovi una serie eterogenea di conseguenze che contribuivano a generare ulteriori incertezze sul tema.

In alcune decisioni, infatti, si richiamava l’orientamento sviluppato prima della Legge n. 24/2001, prevedendo ricadute sul contratto solamente riguardo al periodo successivo alla data d’entrata in vigore della norma d’interpretazione autentica (Cass., 13 giugno 2002, n. 8442 e Cass., 25 maggio 2004, n. 10032). Altre pronunce, invece, ricollegavano al superamento del tasso “soglia” l’inefficacia ex nunc della clausola (Cass., 25 febbraio 2005, n. 4092; Cass., 25 febbraio 2005, n. 4093; Cass. 14 marzo 2013, n. 6550; Cass., 31 gennaio 2006, n. 2149 e Cass., 22 agosto 2007, n. 17854); altre ancora, collegavano all’inefficacia ex nunc la sostituzione automaticaex artt. 1339 e 1419, II comma, c.c. – del (nuovo) tasso “soglia” a quello originariamente pattuito (Cass., 11 gennaio 2013, n. 602 e n. 603); altre, successive, prendendo atto dei precedenti sviluppi, sostenevano la rilevabilità d’ufficio di tale inefficacia (Cass., 7 agosto 2016, n. 17150).

Da qui, la necessità dell’intervento a Sezioni Unite per porre fine all’ampio dibattito – dottrinario e giurisprudenziale – sul tema.

Ebbene i Giudici della Suprema Corte, con la sentenza in esame, hanno fugato ogni dubbio confermando l’orientamento che nega l’esistenza di tale particolare forma di usurai.e. l’usura sopravvenuta.

A giudizio della Corte, nel rispetto del principio di cui all’art. 101, comma 2, Cost., il Giudice non potrebbe in alcun modo non attenersi alla norma d’interpretazione autentica prevista dall’art. 1, I comma, del D.L. n. 394 del 2000 (norma della quale la Corte Costituzionale aveva già escluso l’illegittimità costituzionale, con sentenza del 25 febbraio 2002, n. 29), in relazione sia all’applicazione dell’art. 644 c.p., sia dell’art. 1815, II comma, c.c.

Una simile lettura, d’altra parte, appare perfettamente in linea con la ratio della Legge del ’96, ovvero – come dimostrato anche dalla relazione illustrativa – quella di “contrastare efficacemente il fenomeno dell’usura” dando rilievo essenziale al momento della pattuizione degli interessi e valorizzando, in tal modo, il profilo della volontà e della responsabilità dell’agente.

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