Le Conseguenze Processuali Della Liquidazione Del Fondo Comune Di Investimento

Con le recenti Sentenze n. 3042 del 8 marzo 2016 e , il Tribunale di Milano conferma l’orientamento giurisprudenziale e dottrinale secondo cui, in caso di messa in liquidazione del Fondo da parte del Tribunale:

(i) la SGR perde la legittimazione a stare in giudizio in nome e per conto del Fondo, in quanto vi subentrano organi deputati alla liquidazione del Fondo stesso (il/i commissario/i liquidatore/i nominati dalla Banca d’Italia);

(ii) contro il Fondo in liquidazione non può essere iniziata né proseguita alcuna azione giudiziaria.

  1. Una breve premessa su Fondo e SGR

Il Fondo Comune di Investimento è definito come un Organismo di Investimento Collettivo del Risparmio (OICR), costituito in forma di patrimonio autonomo, suddiviso in quote.

E’ un ente privo di autonoma soggettività giuridica che agisce a mezzo di una società di gestione del risparmio (quella che ha istituito il fondo ovvero quella che vi subentra nella gestione del Fondo; la c.d. SGR) a cui è devoluta per legge la sua attività esterna di gestione ed amministrazione.

Il patrimonio del Fondo Comune di Investimento è però distinto da quello della SGR incaricata della sua gestione, come chiaramente indicato dall’art. 36, IV comma del D.Lgs. 58/98 (di seguito il “TUF“) ai sensi del quale “ciascun fondo comune di investimento … costituisce un patrimonio autonomo, distinto a tutti gli effetti dal patrimonio della società di gestione del risparmio … delle obbligazioni contratte per conto del fondo la sgr risponde esclusivamente con il patrimonio del fondo medesimo“.

  1. La liquidazione del Fondo e la normativa applicabile

Così come ogni massa patrimoniale (autonoma), e cioè ogni complesso di elementi attivi destinato a garantire una serie di passività, anche il fondo comune di investimento può risultare incapiente.

L’eventuale dichiarazione può seguire ad un procedimento da svolgersi in camera di consiglio, con cui il Tribunale, sentiti la Banca d’Italia ed i rappresentanti legali della SGR, dispone la liquidazione del Fondo con sentenza.

La Banca d’Italia nomina uno o più liquidatori, che si sostituiscono alla SGR che perde il potere di gestione del Fondo (per il subentro del/dei liquidatore/i).

Secondo l’orientamento dottrinale maggioritario [1], il rinvio materiale che il comma VI-bis dell’art. 57 TUF in tema di liquidazione dei fondi fa al comma 3-bis del medesimo articolo (che disciplina la liquidazione della SGR) andrebbe letto non solo nel senso che “i liquidatori provvedono alla liquidazione [o alla cessione] dei fondi da questa gestiti e dei relativi comparti, esercitando a tal fine i poteri di amministrazione degli stessi” ma varrebbe altresì a rendere applicabili, a tale procedura di liquidazione, gli artt. 83, 86 (esclusi i commi 6 e 7), i commi 2, 3 e 4 dell’art. 87, gli artt. 88, 89, 90, 91 (esclusi i commi 2 e 3), 92, 93 e 94 del D.Lgs 385/93 (“TUB“) nonché i commi 4 e 5 dell’art. 57 TUF che disciplinano la liquidazione coatta amministrativa degli istituti di credito.

  1. Cosa succede ai processi pendenti

In primo luogo, la liquidazione del Fondo comporta l’interruzione del processo stante la perdita da parte della SGR della gestione del Fondo precedentemente gestito.

In secondo luogo, anche nel caso in cui il procedimento venga riassunto o non venga interrotto, le domande pendenti nei confronti del Fondo al momento della liquidazione dovranno essere dichiarate improcedibili dal giudice in ragione della sopraggiunta liquidazione (cui consegue l’impossibilità di svolgere e proseguire domande contro il Fondo medesimo nelle forme del processo sommario o ordinario di cognizione), perché quelle domande, ai sensi e per gli effetti dell’art. 57, III-bis comma, D.Lgs. TUF devono essere svolte nelle forme dell’ammissione al passivo del Fondo (con le modalità e nei termini di cui agli artt. 86 e segg. TUB).

Di questo avviso, l’unanime giurisprudenza (ad oggi), per la quale deve essere “dichiarata l’improcedibilità di qualsiasi domanda giudiziale promossa  nei confronti della società di gestione (nello specifico di risoluzione per inadempimento da parte del Fondo e di risarcimento del danno)  e ciò, ai sensi del combinato disposto di cui agli artt. 83 del d.lgs. 385/93 e 57, comma 3, d. lgs. 58/1998, a partire dalla data di insediamento degli organi liquidatori e, comunque, dal terzo giorno successivo alla data di adozione del provvedimento che ha disposto la la L.C.A. nei confronti del Fondo stesso” (Trib. Roma, 30 marzo 2015 in www.ilcaso.it) in quanto “I fondi comuni di investimento (nella specie, fondi immobiliari chiusi), disciplinati nel d.lg. n. 58 del 1998, sono privi di un’autonoma soggettività giuridica ma costituiscono patrimoni separati della società di gestione del risparmio, va precisato che l’art. 57 comma 6 bis d.lg. n. 58 del 1998 prevede che in caso di messa in liquidazione del fondo da parte del Tribunale, i liquidatori nominati dalla Banca d’Italia provvedano secondo il disposto del precedente comma 3 bis, il quale dichiara applicabili alla liquidazione alcuni articoli del d.lg. n. 385 del 1993, tra i quali l’art. 83 secondo cui nei confronti del soggetto posto in liquidazione non può essere iniziata né proseguita alcuna azione giudiziaria” (Trib. Roma, 10 giugno 2015 in www.ilcaso.it).

Ed è del pari evidente che la SGR:

(i) quale conseguenza della liquidazione del Fondo, diviene estranea al rapporto giuridico controverso, per aver perso il potere di gestione del Fondo, ai sensi delle disposizioni di legge sopra richiamate e;

(ii) non possa in ogni caso rispondere delle obbligazioni assunte dal (rectius, per conto del) Fondo, in quanto, ai sensi dell’art. 36, IV comma, TUF, “delle obbligazioni contratte per conto del fondo la sgr risponde esclusivamente con il patrimonio del fondo medesimo“.

Di tale avviso anche la richiamata (ed allegata) sentenza del Tribunale di Milano n. 4333/2016 del 6 aprile 2016 che precisa “che per effetto della liquidazione la gestione del Fondo Comune d’Investimento [omissis] non è più attribuita alla odierna convenuta, la quale, a seguito del provvedimento di LCA, non è più legittimata a stare in giudizio in nome e per conto del Fondo, ma agli organi deputati alla liquidazione del Fondo stesso“, ovvero al/ai commissario/i liquidatore/i.

  1. Lo specifico caso del procedimento di opposizione a decreto ingiuntivo

La allegata sentenza n. 3042/2016 emessa dal Tribunale di Milano in data 8 marzo 2016, ed anch’essa allegata alla presente, tratta di un tema ancora più specifico: cosa succede alle somme incassate (a titolo precario, in ragione della provvisoria esecutorietà del decreto opposto) in virtù di una domanda poi divenuta improcedibile a causa della intervenuta liquidazione del Fondo.

In particolare, il Tribunale di Milano rileva che: “il sopravvenire della messa in liquidazione del fondo e l’avvio della relativa procedura concorsuale hanno fatto sì che l’accertamento del credito di [omissis] sia divenuto improcedibile in questa sede secondo l’orientamento più recente della giurisprudenza di legittimità, espresso da Cass. Civ., sez. I, n. 3401/2013, l’improcedibilità dell’opposizione e l’inopponibilità del decreto ingiuntivo alla massa dei creditori rendono il pagamento, indipendentemente dall’accertamento dell’esistenza o meno del credito, privo della giustificazione sulla cui base lo stesso è avvenuto, con conseguente obbligo di restituzione delle somme pagate e di ripristino della situazione precedente …che è la necessaria conseguenza, ex art. 336 cod. proc. civ., dell’eliminazione dalla realtà giuridica dell’atto solutorio posto in essere, deve ritenersi implicita nell’istanza di revoca del decreto ingiuntivo (Cass. 3 novembre 2009, n. 23260; nel senso che la restituzione può essere addirittura disposta d’ufficio v. Cass. 21 dicembre 2001, n. 16170 e Cass. 19 luglio 2005, n. 15220)“.

Acclarata l’improcedibilità della pretesa monitoria dell’opposto, la sentenza ha fatto giusta applicazione del principio (altrettanto unanime in giurisprudenza) per il quale le somme incassate (a titolo precario, in ragione della provvisoria esecutorietà del Decreto) in virtù di una domanda poi divenuta improcedibile (in sede ordinaria, per essere invece riproponibile in sede concorsuale, nel rispetto della par condicio creditorum) dovessero essere restituite agli organi della liquidazione giudiziale. E che quindi il Fondo avesse il diritto di riapprendere le somme a suo tempo versate in virtù della “provvisoria esecutorietà” concessa.

Ciò appare coerente con l’interpretazione giurisprudenziale maggioritaria secondo cui, alla stregua di quanto previsto dalla L. Fall., artt. 52 e 95, nell’ipotesi di dichiarazione di fallimento intervenuta nelle more del giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo proposto dal debitore ingiunto poi fallito, il creditore opposto deve partecipare al concorso con gli altri creditori previa domanda di ammissione al passivo, attesa la inopponibilità, al fallimento, di un decreto non ancora definitivo e, pertanto, privo della indispensabile natura di “sentenza impugnabile”, esplicitamente richiesta dalla L. Fall., art. 95, comma 3, legge fallimentare, norma di carattere eccezionale, insuscettibile di applicazione analogica (si veda, ex multis Cass. 13 agosto 2008, n. 21565).

[1] Bonfatti S., La disciplina particolare della liquidazione coatta amministrativa delle SGR. La liquidazione giudiziale del fondo o del comparto insolvente., in Riv. dir. banc., dirittobancario.it, 25, 2013; Carriere P., Fondi comuni di investimento tra liquidazione giudiziale e soluzioni negoziali della crisi d’impresa, in Il Fallimento, n. 6/2014.

 

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