Le bugie hanno le cause corte! E gli avvocati…?

– L’abuso dello strumento processuale –

La verità era sovrana, ma, come ogni avvocato sapeva bene, c’erano diversi modi di esprimerla” (cit. John Grisham).

Lo scorso 8 marzo 2017 è stata resa pubblica una sentenza con la quale la Corte di Cassazione ha sanzionato il ricorrente per aver insistito fino al terzo grado di giudizio con la proposizione di argomentazioni smentite da una lettura in buona fede degli atti avversari.

Nel caso di specie, il ricorrente aveva convenuto in giudizio il proprio assicuratore RCA chiedendone la condanna al risarcimento dei danni patiti in conseguenza di un sinistro stradale ascritto a responsabilità di terzi.

Il ricorrente veniva condannato sia in primo grado che in sede di gravame perché privo della necessaria legittimazione attiva non avendo dimostrato la sussistenza del proprio diritto di proprietà sul veicolo. A propria difesa il ricorrente sosteneva che la resistente non avrebbe mai contestato la sussistenza del titolo di proprietà che, di conseguenza, doveva intendersi pacifica.

La Corte di legittimità rigettava il ricorso ritenendo che le affermazioni dell’ostinato ricorrente fossero in contrasto col palese tenore letterale della comparsa di costituzione depositata dalla compagnia di assicurazione ove la legittimazione attiva veniva contestata nella parte in cui la convenuta scriveva che “spetta all’attore provare la titolarità del diritto vantato“.

Affermava, quindi, la Corte monoliticamente che “Ci troviamo dunque al cospetto d’un ricorso per cassazione che sostiene fatti oggettivamente non corrispondenti alla realtà“.

Su tale presupposto, gli Ermellini osservavano che proporre ricorsi dai contenuti così distanti dai precetti del codice di rito, costituisce un indice se non di mala fede, quanto meno della colpa grave del proponente. “Agire o resistere in giudizio con mala fede o colpa grave significa infatti azionare la propria pretesa, o resistere a quella avversaria, con la coscienza dell’infondatezza della domanda o dell’eccezione; ovvero senza aver adoperato la normale diligenza per acquisire la coscienza dell‘infondatezza della propria posizione; e comunque senza compiere alcun serio sforzo interpretativo, deduttivo, argomentativo, per mettere in discussione con criteri e metodo di scientificità il diritto vivente o la giurisprudenza consolidata, sia pure solo con riferimento alla singola fattispecie concreta”.

Non solo.

Nell’opinione della Corte non va esente da responsabilità nemmeno il professionista del diritto che, in siffatte ipotesi, assiste la parte, non potendosi ammettere che il difensore non si sia avveduto della totale carenza di fondamento del ricorso in esame.

Pertanto, conclude la Corte delle due l’una – “o il ricorrente – e per lui il suo legale, del cui operato ovviamente il ricorrente risponde, nei confronti della controparte processuale, ex art. 2049 c.c. – ben conosceva l’insostenibilità della propria impugnazione, ed allora ha agito sapendo di sostenere una tesi infondata (condotta che, ovviamente, l’ordinamento non può consentire); ovvero non ne era al corrente, ed allora ha tenuto una condotta gravemente colposa, consistita nel non essersi adoperato con la exacta diligentia esigibile da chi è chiamato ad adempiere una prestazione professionale altamente qualificata quale è quella dell’avvocato in generale, e dell’avvocato cassazionista in particolare”.

Con la citata pronuncia la Corte di Cassazione ha finalmente dettato un criterio, da sempre assai etereo e sin troppo arbitrario, per la valutazione della temerarietà della lite qual è la consapevolezza della infondatezza delle difese ovvero la scarsa coscienza dell’effettivo fondamento giuridico delle stesse: con l’occasione gli Ermellini hanno rammentato il fondamentale dovere dell’avvocato difensore di istruire il proprio assistito rispetto alle conseguenze di una difesa azzardata e di cui in ogni caso sarà il cliente a rispondere.

E la responsabilità diretta dell’avvocato? Resta una questione non risolta dalla Corte che ha taciuto ogni osservazione sul punto.

Giusi Leoncavallo

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