La nullità del contratto: un trattato delle Sezioni Unite

Con sentenza n. 26242 del 12 dicembre 2014, le Sezioni Unite della Corte di Cassazione si sono pronunciate sul tema de (i) la rilevabilità d’ufficio della nullità negoziale (ii) gli effetti della relativa dichiarazione e (iii) la formazione ed estensione del c.d. giudicato implicito, principio in virtù del quale l’efficacia del giudicato si estende (secondo il c.d. “principio del dedotto e del deducibile”), oltre a quanto dedotto dalle parti, anche a quanto esse avrebbero potuto dedurre; secondo tale impostazione, il giudicato implicito si fonda sulle “ragioni non dedotte che si pongano come antecedente logico necessario rispetto alla pronuncia” e preclude alle parti di proporre, in un diverso giudizio, “qualsivoglia domanda avente ad oggetto situazioni giuridiche soggettive incompatibili con il diritto accertato”.

Le Sezioni Unite sono state investite dell’onere di pronunciarsi sulla questione dell’“individuazione delle condizioni per la formazione e l’estensione dell’efficacia del c.d. giudicato implicito esterno riguardante la sentenza di rigetto della domanda di risoluzione rispetto alla successiva azione di nullità concernente lo stesso contratto”: in particolare, le Sezioni Unite sono state chiamate ad esprimersi sulla possibilità della formazione del giudicato implicito in seguito alla declaratoria di nullità di un contratto nel corso di un giudizio che vada a definire (respingendola) la domanda di risoluzione dello stesso, allorché le parti nulla abbiano sollevato sul punto.

Il tema affrontato dalla Suprema Corte è tanto complesso quanto affascinante: si versa nell’ambito dell’intersecazione tra diritto sostanziale e diritto processuale o, nelle parole della Corte, “dell’approdo della norma sostanziale nel territorio del processo”. Complessità e fascino della tematica hanno evidentemente portato le Sezioni Unite a non risparmiarsi nell’articolazione di un’ampia e omnicomprensiva motivazione (si tratta di ben 81 pagine) e a sviscerare diversi aspetti concreti della fattispecie in esame, esaminando le posizioni dei diversi filoni dottrinali e giurisprudenziali esistenti sul punto.

Non potendo in questa sede commentare ogni singolo passaggio logico-giuridico espresso dalla Corte, rilevo che la sentenza conferma, con riferimento ad ogni tipo di impugnazione del contratto, quanto statuito dalla decisione resa dalle Sezioni Unite con sentenza 4 settembre 2012 n. 14828 (e ormai affermatosi anche nella giurisprudenza della CGUE – cfr. sentenza Pannon del 4 giugno 2009), vale a dire la configurabilità per il giudice, chiamato a decidere sulla risoluzione di un contratto, di un vero e proprio dovere di rilevare ed indicare alle parti ogni forma di nullità; la relativa declaratoria si pone invece come facoltà: il giudice potrà provvedere officiosamente incidenter tantum, senza necessità di alcuna istanza di parte. La ratio dell’obbligo di rilevazione si rinviene, nelle parole della Corte, nell’impedire che un contratto nullo “costituisca il presupposto di una decisione giurisdizionale che in qualche modo ne postuli la validità e l’efficacia o comunque la provvisoria attitudine a produrre effetti giuridici”.

Al contrario, l’obbligo di rilevazione ex officio della nullità sarà escluso solo e soltanto qualora il giudice rigetti la pretesa sulla base di una “ragione più liquida” (ovverosia, sulla base di una motivazione che prima delle altre lo porti a rigettare la pretesa dedotta in giudizio): solo in questo caso, precisa la Corte, il giudice non esamina, neppure incidenter tantum, il tema della validità del negozio e, pertanto, “non vi è alcuna questione circa (e non si forma alcun giudicato sul)la nullità”.

Si può dunque dire che, al di fuori dell’ultima ipotesi sopra menzionata, nel caso in cui il giudice accerti espressamente la nullità in motivazione, tale accertamento sarà idoneo a produrre l’effetto di giudicato sulla nullità del contratto (qualora sul punto non venga proposta impugnazione) sia in assenza di istanza di parte (eccezion fatta per quanto riguarda le nullità speciali, come quella relativa, che presuppongono una manifestazione di interesse di una parte), sia naturalmente nel caso in cui invece l’istanza di parte venga avanzata.

La rilevazione obbligatoria della nullità porta come conseguenza che: (i) qualora essa non intervenga e in assenza di impugnazione sul punto, possa (in linea generale e non senza eccezioni) giungersi alla formazione del giudicato implicito sulla validità del contratto (ii) anche qualora la nullità non sia stata rilevata in primo grado, la relativa rilevazione sarà sempre possibile, anche in via officiosa, in appello e in Cassazione.

Un’impostazione di questo tipo, conclude la Corte, viene posta in funzione “di una concezione del processo che solo un’analisi superficiale può ritenere “eccessivamente pubblicistica”, e che invece, più pensosamente, fa leva sul valore della giustizia della decisione”. Resta dunque da vedere se l’intervento delle Sezioni Unite, questa volta davvero deciso e dettagliato, servirà a superare i mai sopiti contrasti (soprattutto dottrinali) sul punto.

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