Il nuovo falso in bilancio e il “dilemma delle valutazioni”

Torniamo a parlare del falso in bilancio e degli aggiornamenti di inizio anno. Le valutazioni contabili espresse in bilancio sono rilevanti ai fini della configurabilità del delitto di false comunicazioni sociali, nonostante l’intervento riformatore della legge n. 69/2015 lasciasse presagire il contrario. Questo è quanto è stato stabilito dalla V Sezione della Corte di Cassazione con sentenza n. 890/2016, le cui motivazioni sono state depositate lo scorso 12 gennaio.

La pronuncia si pone in netto contrasto con la precedente interpretazione data dagli stessi giudici della Cassazione che, nell’affrontare la medesima questione relativa alla punibilità o meno del c.d. “falso valutativo”, con sentenza n. 33774 (“Crespi”), depositata il 30 luglio 2015, propendevano per una drastica riduzione dell’ambito applicativo del reato ritenendo non più punibili gli enunciati valutativi.

Questa nuova pronuncia giurisprudenziale pone l’accento su un dato ben preciso: le valutazioni possono essere penalmente rilevanti quando violano criteri predeterminati dalla disciplina civilistica, dalle direttive e regolamenti di diritto comunitario, dagli standard internazionali Ias/Ifrs e dai principi contabili internazionali.

Partendo dall’assunto che “nel bilancio ciò che rileva non è tanto il fatto in sé, quanto piuttosto il dato espresso dalla elaborazione anche valutativa dello stesso fatto e la conseguente, sua, traduzione in grandezza numerica” i giudici giungono ad affermare il principio secondo cui, essendo il bilancio composto in larga parte da enunciati estimativi o valutativi, “non può allora dubitarsi che nella nozione di rappresentazione dei fatti materiali e rilevanti non possano non ricomprendersi anche e soprattutto tali valutazioni”. In buona sostanza, concludono i giudici che «il mancato rispetto dei parametri normativi comporta la falsità della rappresentazione valutativa, ancora oggi punibile ai sensi del nuovo art. 2621 del Codice Civile, nonostante la soppressione dell’inutile inciso “ancorché oggetto di valutazioni”».

La posizione della Cassazione

La Cassazione adduce un ulteriore motivazione a sostegno tale “più severa” linea interpretativa: l’inserimento delle nuove false comunicazioni sociali in un testo normativo anticorruzione (L. 69/2015 recante disposizioni in materia di delitti contro la pubblica amministrazione, di associazione di tipo mafioso e di falso in bilancio). Questa scelta non è “casuale”, anzi sarebbe “ad eloquente riprova della presa d’atto, da parte del legislatore, del dato esperienziale che il falso in bilancio è ricorrente segnale di determinati fenomeni corruttivi, spesso in ragione dell’appostazione di false fatturazioni intese a costituire fondi in nero, destinati al pagamento di tangenti o ad altre illecite attività”. Ed a maggior ragione, a parere della Corte, se si escludesse la punibilità del falso valutativo, si finirebbe per “frustrare le finalità della legge, volte a perseguire ogni illecita attività preordinata ad alimentare o ad occultare il fenomeno della corruzione”.

Ma, nell’arco di poche settimane, gli Ermellini sono tornati a pronunciarsi in favore della non punibilità delle valutazioni.

La V Sezione della Corte di Cassazione, con sentenza n. 6916 depositata lo scorso 22 febbraio, in continuità con le conclusioni raggiunte dalla medesima V Sezione nella sentenza dello scorso 30 luglio 2015, n. 33774 (“Crespi”), ha interpretato la modifica normativa sostenendo che il dato testuale, oltre che il confronto con la previgente formulazione degli artt. 2621 e 2622 c.c., “sono elementi indicativi della reale volontà legislativa di far venire meno la punibilità dei falsi valutativi.

Appare dunque quanto mai necessario ed auspicabile, onde evitare inutili ed inaccettabili disparità di trattamento, ovvero errate applicazioni della nuova normativa in tema di false comunicazioni sociali, un celere e chiarificatore intervento delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione.

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