Depenalizzazione in corso! Ma le precedenti statuizioni civili?

In vigore da meno di un mese, i due Decreti Legislativi nn. 7 e 8 del 2016, attraverso i quali il Legislatore ha compiuto una storica opera di epurazione di fattispecie dall’ordinamento penale, scontano già i primi critici problemi applicativi.

Costituisce piena dimostrazione di ciò l’Ordinanza nr. 7125 della Quinta Sezione della Corte di Cassazione, con la quale il 24 febbraio 2016 è stata rimessa alle Sezione Unite la soluzione di una problematica che sta già attanagliando molti giudici di merito: se cioè l’abrogazione dei reati prevista dal Decreto Legislativo n. 7 del 2016, travolga anche le statuizioni civili – prima delle quali la condanna al risarcimento del danno – eventualmente adottate con sentenze non definitive.

Ed infatti, il problema non si pone se le statuizioni civili seguono condanne definitive. Didascalica conferma di tale assunto proviene sempre dalla medesima Sezione della Corte di Cassazione che, con la sentenza n. 7124, emessa in pari data dell’ordinanza, precisa che l’eventuale revoca della condanna penale, pronunciata dal giudice dell’esecuzione a seguito dell’abrogazione del reato, non ha effetti sui capi civili.

Del resto, è lo stesso art. 2 del Codice Penale che sancisce chiaramente che la perdita del carattere di illecito penale del fatto, non ha come conseguenza anche il venir meno della natura di illecito civile del medesimo fatto.

Diverso, invece, è il caso affrontato dall’ordinanza, in quanto la condanna non era diventata definitiva. La decisione della Corte d’Appello, pervenuta al vaglio della Suprema Corte, sanzionava una coppia che si era reciprocamente resa responsabile di una serie di reati, tra cui quello di ingiuria. Ora, per effetto del Decreto Legislativo n. 7 del 2016, il reato di ingiuria è stato “convertito” in un illecito civile, presidiato da una doppia sanzione pecuniaria; la prima, classicamente intesa, da devolvere alla Cassa delle ammende, la seconda, rivoluzionarmente ispirata al modello anglosassone dei punitive damages, da riconoscere alla persona offesa.

Ma quale dovrebbe essere la sorte della vera e propria condanna (non definitiva) al risarcimento del danno adottata dai Giudici di Merito, una volta intervenuta la depenalizzazione del reato?

Il quadro è reso ancora più complicato per via di un disallineamento tra le disposizioni previste dai due decreti di depenalizzazione. Infatti, il Decreto Legislativo n. 8 del 2016 prevede espressamente che quando è stata pronunciata una condanna per una condotta ora non più penalmente rilevante, il Giudice dell’impugnazione, nel dichiarare che il fatto non è previsto dalla legge come reato, decide, al contempo, sulla sola parte della sentenza che riguarda gli interessi civili.

Sorprende come il Legislatore abbia omesso di introdurre una simile previsione anche in occasione della formulazione dello speculare Decreto Legislativo n. 7.

Ubi lex voluit dixit, ubi noluit tacuit? Se così fosse, l’abrogazione del reato trascinerebbe con se anche la parte civile della condanna.

Gli effetti, in tal caso, sarebbero senz’altro deprivanti per la parte civile che, dopo avere magari affrontato, come nel caso dell’Ordinanza di remissione, 3 gradi di giudizio in sede penale, si vedrebbe costretta a tornare ex novo davanti ad un Giudice, questa volta civile, per tentare di ottenere il risarcimento del danno.

A voler scongiurare il portato di tale interpretazione, la Corte remittente suggerisce alle Sezioni Unite che l’assenza di una previsione simile a quella del D.Lgs. n. 8 del 2016 potrebbe essere stata determinata da una svista del Legislatore e che occorrerebbe valorizzare i punti di assoluta specularità dei due decreti, tanto più tenendo conto che sono proprio i procedimenti relativi ai reati previsti dal decreto n. 7, tutti procedibili a querela, quelli in cui è più alta la probabilità che sia stata esercitata l’azione civile.

Non rimane, a questo punto, che attendere la chiarificatrice pronuncia delle Sezioni Unite.

 

Lascia un commento