Danni catastrofali: quali soluzioni?

5.3 miliardi di persone colpite, 1.5 milioni di vittime, 2.7 trilioni di dollari di danni.

Questo l’impatto a livello globale delle catastrofi naturali che si sono abbattute nel corso del ventennio 1996-2016. Terremoti, maremoti, alluvioni, grandinate, subsidenze, tempeste, mareggiate ed eruzioni sono solo alcuni degli eventi catastrofali che, tragicamente, hanno afflitto il nostro pianeta.

La preoccupante escalation che ha interessato i cambiamenti climatici negli ultimi anni ha portato l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite a designare il 13 ottobre 2017 “Giornata Internazionale per la Riduzione dei Danni Catastrofali”, al fine di promuovere una cultura globale della prevenzione delle catastrofi, attraverso azioni di prevenzione, di mitigazione del rischio e di prontezza nella gestione dei danni.

La giornata si inserisce nel “Sendai Framework for Disaster Risk Reduction” che si pone l’obiettivo di ridurre nell’arco di sette anni (2016-2022) i danni catastrofali attraverso sette specifici global targets[1].

Per le caratteristiche del suo territorio, l’Italia è sempre stato un paese particolarmente esposto alle calamità naturali: secondo quanto riportato da una rilevazione dell’ANIA[2], l’Italia è il sesto paese al mondo per danni subiti negli ultimi venti anni.

Dai dati elaborati dal medesimo studio risulta che il 35% delle abitazioni italiane è esposto a elevato rischio sismico, percentuale che tende a raggiungere quota 55% se si considera il rischio alluvionale. Nel complesso dunque il 78% delle abitazioni è esposto ad un rischio alto o medio alto tra terremoto e idrogeologico.

Da un’indagine demoscopica[3] emerge, poi, che ben l’83% delle famiglie italiane non ha piena percezione dell’esposizione al rischio catastrofale, mentre il 46% dei rispondenti ritiene che lo Stato abbia l’obbligo di rimborsare – totalmente o parzialmente – le abitazioni danneggiate a seguito di un terremoto o di un’inondazione. La mancanza di consapevolezza e l’erronea convinzione di un pronto intervento a posteriori degli organi pubblici determinano dunque, inevitabilmente, una bassissima propensione delle famiglie italiane a sottoscrivere una polizza catastrofale.

Come tristemente noto, le grandi calamità naturali, oltre a provocare la perdita di vite umane, impattano negativamente anche sull’attività economica, sia come conseguenze intermedie sia a lungo termine. I costi macroeconomici che generano sono dovuti principalmente alle perdite non assicurate, mentre in caso di fenomeni adeguatamente coperti da assicurazione la mancata produzione è di entità trascurabile.[4] Da un’analisi svolta dal Centro Comune di Ricerca risulta che il tasso di penetrazione delle coperture assicurative contro le catastrofi naturali è particolarmente basso in alcuni Stati membri dell’UE, tra i quali in particolar modo spicca l’Italia.

A dispetto della sempre crescente frequenza e intensità con cui le calamità naturali colpiscono il nostro Paese, nell’ordinamento giuridico italiano non è ad oggi presente una legge organica che disciplini in via generale gli interventi statali quando viene dichiarato lo stato di calamità.

Numerose sono state le iniziative predisposte negli anni per l’introduzione di un sistema assicurativo a copertura delle catastrofi naturali: si ricordi il primo disegno di legge del 1993 che proponeva l’istituzione di un fondo per l’assicurazione dei privati alimentato da un’addizionale obbligatoria all’ICI dell’1% che sarebbe stata incassata dai comuni che si assicuravano con un consorzio assicurativo obbligatorio, o il disegno di legge del 1996 che prevedeva un sistema di assicurazione contro i rischi catastrofali ad adesione volontaria, o ancora le varie proposte di legge avanzate tra il 1997 e il 2012.

Allo stato, tuttavia, non esiste un’assicurazione obbligatoria contro le calamità. E ciò è facilmente spiegabile[5] da un insieme di ragioni: (i) la consuetudine di interventi di finanziamento ex post da parte dello Stato, (ii) l’inesistenza di incentivi per i premi dell’assicurazione contro le catastrofi, (iii) il rischio di antiselezione dovuto alla diversa rischiosità cui sono esposte le varie aree geografiche del Paese e (iv) l’elevata potenziale intensità degli eventi catastrofali, associata alla vulnerabilità degli edifici.

Alla luce di uno scenario sì descritto e delle esperienze maturate dalle varie iniziative regionali[6], una soluzione prospettabile per il settore sia privato sia pubblico potrebbe oggi essere costituita dalla diffusione delle cd. polizze parametriche.

Nelle modalità tradizionali di assicurazione collegate ai fenomeni atmosferici, come l’assicurazione di un bene o l’assicurazione di responsabilità civile, il risarcimento è pagato in base alla stima della perdita subita dall’assicurato: una volta completata e concordata la stima, viene dunque liquidato il sinistro.

 

Diversamente, nella modalità assicurativa basata su un indice parametrico, la perdita dovuta a fenomeni atmosferici estremi è risarcita quando un dato indice atmosferico si discosta dalla media storica, a prescindere dalla perdita effettivamente subita. Questo tipo di assicurazione, più precisamente, si basa sulla misurazione di un indice oggettivo e indipendente che presenta un’elevata correlazione con la perdita effettiva, la quale, quindi, non richiede alcuna quantificazione a posteriori.

La determinazione anticipata dell’elemento risarcitorio e della soglia di riferimento del fenomeno meteorologico eliminano pertanto la gran parte dei passaggi tipici della tradizionale fase di liquidazione del danno.

Indubbio dunque il vantaggio che ne deriva in termini di abbattimento dei costi operativi e amministrativi, indubbia la centralità che la fase di monitoraggio[7] assume in tale strumento parametrico.

 

La scarsa disponibilità di indici d’intensità su cui basare la copertura, la carenza di risorse finanziarie e strumentali, il difficoltoso raggiungimento di una più ampia massa critica costituiscono tuttavia un irrimediabile freno alla diffusione di una soluzione assicurativa tanto innovativa.

 

Parafrasando l’auspicio dell’OCSE[8], un’ottimale gestione dei rischi richiederebbe un proficuo “governo” dei rischi.

Un governo che sia cioè frutto della sinergia e complementarietà tra stato, singoli e infrastrutture assicurative.

Un governo che abbracci a 360 gradi tutti gli aspetti della protezione dai rischi catastrofali, dalla prevenzione alla ricostruzione, dall’emergenza alla liquidazione dei danni, dal soccorso ai cittadini alla formazione degli operatori, dal trattamento fiscale alla regolazione delle forme contrattuali e distributive, dai rischi estremi al mutualismo.

Un governo che diventi lo specchio di un nuovo sviluppo sociale, di una dinamica consapevolezza, di una vera e propria “politics without romance”.

 

[1] unisdr (The United Nations Office for Disaster Risk Reduction), The Sendai Seven Campaign – 7 Targets, 7 Years (2016-2022).

[2] EM-DAT 1996-2016, Swiss Re, ANIA.

[3] Survey GFK Eurisko, «Apertura delle famiglie italiane verso una polizza casa a copertura dei danni da catastrofi naturali», giugno 2017.

[4] Banca dei regolamenti internazionali, Unmitigated disasters? New evidence on the macroeconomic cost of natural catastrophes, Documento di lavoro della BRI n. 394, 2012.

[5] Commissione Europea, Libro Verde sull’assicurazione contro le calamità naturali e antropogeniche , 16 aprile 2013.

[6] Ad es. il Productive Safety Net Programme (PSNP) elaborato dal WFP e dal governo etiope; il Caribbean Catastrophe Risk Insurance Facility (CCRIF) e il Pacific Catastrophe Risk Assessment and Financing Initiative (PCRAFI).

[7] Si ricordano, a questo proposito, il Regolamento (UE) n. 911/2010 del 22 settembre 2010 relativo al programma europeo di monitoraggio della terra (GMES) sostituito dal Regolamento (UE) n. 377/2014 del 3 aprile 2014 promotore del programma Copernicus.

[8] OECD, “Disaster Risk Assessment and Risk Financing”.

Lascia un commento