C’era una volta la prescrizione?

C’era una volta l’Italia in cui gli imputati venivano prosciolti perché i processi duravano a lungo.

C’erano una volta gli artt. 160 e 161 del codice penale – a dir il vero ancora in vigore – che la Corte di Giustizia, con sentenza del 8 settembre 2015  (causa C-105/14), ha ritenuto debbano cedere il passo di fronte all’obbligo di tutela effettiva degli interessi finanziari dell’Unione imposti dall’art. 325 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea, qualora i reati fiscali di cui si tratta siano ritenuti ‘gravi’.

C’era una volta la prescrizione, quindi?

L’Avvocato generale Kokott,  nell’ambito del caso Taricco in materia di frodi IVA realizzate attraverso lo schema delle cosiddette ‘frodi carosello’, ha scritto un nuovo capitolo della storia e al quesito “se il diritto dell’Unione imponga ai giudici degli Stati membri di disapplicare determinate disposizioni del loro diritto nazionale relative alla prescrizione dei reati, al fine di garantire una repressione efficace dei reati fiscali” ha dato risposta affermativa.

La Corte di Giustizia, concordando con la conclusione dell’Avvocato Generale, ha messo un punto, affermando che la normativa italiana sulla prescrizione è idonea a pregiudicare gli obblighi imposti agli Stati membri dall’articolo 325, paragrafi 1 e 2, TFUE nell’ipotesi in cui detta normativa nazionale impedisca di infliggere sanzioni effettive e dissuasive in un numero considerevole di casi di frode grave che ledono gli interessi finanziari dell’Unione. Ne consegue, secondo  i  giudici lussemburghesi , l’obbligo per i giudici italiani di disapplicare il combinato disposto degli artt. 160 e 161 c.p., nella parte in cui fissa un termine assoluto di prescrizione, pur in presenza di atti interruttivi, qualora ritengano che l’applicazione delle norme sulla prescrizione impedisca allo Stato italiano di adempiere agli obblighi di tutela effettiva degli interessi finanziari dell’Unione e di condannare, quindi, l’imputato, ritenuto colpevole di reati gravi, nonostante l’intervenuto decorso del termine prescrizionale.

La Cassazione non ha fatto attendere la sua risposta e il 17 settembre 2015  la terza sezione, nell’ambito di un procedimento riguardante il reato di dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture per operazioni soggettivamente inesistenti al fine di evadere l’imposta sul valore aggiunto, ha confermato le indicazioni della Corte di Giustizia,  disapplicando le norme italiane sui termini assoluti di prescrizione idonee a determinare l’impunità del reato, con conseguente potenziale lesione degli interessi finanziari dell’Unione europea.

Le reazioni non sono mancate e la Corte di Appello di Milano è intervenuta, con ordinanza del 18 settembre 2015, sollevando questione di legittimità costituzionale dell’art. 2 della legge 2 agosto 2008, n. 130, che ordina l’esecuzione nell’ordinamento italiano del Trattato sul Funzionamento dell’Unione europea, “nella parte che impone di applicare la disposizione di cui all’art. 325 §§ 1 e 2 TFUE, dalla quale  […] discende l’obbligo per il giudice nazionale di disapplicare gli artt. 160 ultimo comma e 161 secondo comma c.p. in presenza delle circostanze indicate nella sentenza, anche se dalla disapplicazione discendano effetti sfavorevoli per l’imputato, per il prolungamento del termine di prescrizione, in ragione del contrasto di tale norma con l’art. 25, secondo comma, Cost.”.

I giudici della Corte di Appello, infatti, facendo leva sulla giurisprudenza della Corte Costituzionale che ha già affermato come la disciplina della prescrizione sia soggetta al principio di legalità di cui all’art. 25 co. 2 c.p. e del suo corollario che impone l’irretroattività dei mutamenti sfavorevoli della relativa disciplina, hanno rilevato che la disapplicazione da parte del giudice italiano delle norme sulla prescrizione in conformità a quanto indicato dalla Corte di Giustizia condurrebbe ad una violazione del principio di legalità, determinando la retroattività in malam partem della normativa nazionale risultante dalla stessa disapplicazione, implicante l’allungamento dei termini prescrizionali.

Sarà il giudice delle leggi, quindi, a dover decidere circa la sussistenza di contro limiti agli obblighi discendenti dall’Unione europea  e ad indicare se il capitolo sulla prescrizione, nel caso di reati fiscali gravemente lesivi degli interessi dell’Unione, debba considerarsi o meno concluso.

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